Le Rocche dei Sette Fratelli



Un immenso vuoto bianco-grigio tormentato di calanchi e fenditure in forma di anfiteatro. Una voragine, in altre parole, un “buco” di dimensioni ragguardevoli contornato di pareti in guisa di enormi bracci che si protendono dalla base dello smottamento fin verso una valle umbratile e stretta. Il fiato resta in gola, al primo impatto, perché...sì, di fenomeni naturali eccezionali ci hanno riempito gli occhi le televisioni e i giornali, ma trovarsi di fronte a uno di questi è pur sempre un’altra cosa, è pur sempre una spettacolare realtà.

La voragine ha un nome: Rocche dei Sette Fratelli. Ha anche un’origine geomorfologica ben precisa e tutto sommato comune: deve la sua forma e foggia inusitata all’azione costante delle acque che hanno sgretolato nel corso di secoli pareti di collina friabili per via della composizione marnosa. Questa è la scienza che, si sa, è sempre esatta ma spesso noiosa. Dunque a Treiso si son dati da fare, nelle epoche remote che hanno preceduto l’attuale, per dare alle tremende Rocche una nascita ben più degna di un racconto volpi e pernici. In questo prato si recarono un giorno sette fratelli a falciare l’erba. Venuta l’ora del pranzo, li raggiunse la pia sorella, che sporse loro in un cesto una parca colazione a base di magro: era infatti venerdì, e bisognava osservar l’astinenza. I fratelli, evidentemente molto affamati per il duro lavoro e poco ortodossi in fatto di pratiche religiose, cominciarono a insultare la donna e a bestemmiare il Signore. Come se non bastasse, di lì a poco passò nei pressi la processione del Viatico: era uso un tempo che il sacerdote portasse la Comunione agli anziani del paese in forma solenne. Procedeva lento, il sacerdote, vestito di bianco, scortato dal sacrestano che teneva aperto l’ombrello per proteggere il Ministro di Dio dal sole, mentre un inserviente suonava in continuazione un pesante campanello. Il quadro d’insieme era ieratico, solenne, in grado di intimorire chiunque richiamandolo a più miti consigli: ma non i sette fratelli, i quali rifiutarono l’invito della sorella a sospendere il pasto – già magro! – e a inginocchiarsi con lei in raccoglimento. Non solo! Ripresero a bestemmiare contro Dio e contro i Santi, arrivando a sfidare il Cielo. Fu allora che il terreno sotto i loro piedi d’improvviso si aprì, inghiottendoli per sempre e lasciando salva la devota sorella su di una lingua di terra non franata, così che potè essere salvata dai volenterosi accorsi alla vista del pauroso polverone alzatosi.


Questo dice la popolarità di una cultura contadina sempre a caccia di ingenui scoop in grado di spiegare le ragioni dell’irragionevole. Oggi di tutto questo resta la memoria di un racconto tramandato, ma soprattutto resta un fenomeno naturale di sicuro fascino, tutto da scoprire e da ammirare nel cuore dell’amenità della campagna treisese. Le Rocche dei Sette Fratelli, poste su terreno di proprietà comunale, hanno una superficie di quasi 9 ettari. L’interno della grande faglia, troppo ripido per consentire la crescita di alberi, è quasi privo di vegetazione, eccezion fatta per arbusti di ginestra, ginepro e pino silvestre. Sui bordi più alti vegetano invece piante di alto fusto quali querce, gaggie, olmi. Ricca la presenza di selvaggina nel fondo più oscuro delle Rocche.